Tor des Geants®

Endurance Trail 330 km - 24000m D+10-17 Settembre 2017

"Impressioni dello scrittore" by Simone Sarasso - Tor #Day1: Me l'avevano detto

Lun, 11/09/2017 - 11:55 -- Chiara Jaccod

Me l'avevano detto.

E un po' lo sapevo, figurati. Ho visto i video.

Me l'avevano detto tutti che la partenza me la sarei ricordata per sempre. Ma in fondo non sapevo proprio un bel niente: finché non ti ci trovi in mezzo, sei come San Tommaso. Stanotte ho dormito male. Troppi sogni, il cuore cattivo che non ne vuol sapere di darsi una calmata. L'alba ci ha messo un secolo ad arrivare, mi son sentito come il protagonista del capolavoro apocalittico di Cormac McCarthy: tutto solo e intirizzito. Pronto a riappropriarmi dell'asfalto, prigioniero d'una sosta coatta senza fine. Finalmente è suonata la sveglia: doccia, colazione (tanti zuccheri da stendere un pony. Sapevo che ne avrei avuto un maledetto bisogno), bagagli, macchina da spostare (guai a passare due notti nella stessa città: è il TOR, bellezza...) e poi giù, a cannone, sulla linea della partenza.

Il pass che porto al collo mi regala un privilegio magnifico, di cui sarò grato per sempre a chi me l'ha concesso: quando il conto alla rovescia sta per iniziare, un commissario gentilissimo e superprofessionale mi fa cenno che posso restare al di qua delle transenne, insieme ai fotografi e ai videomaker. Trattengo il fiato quando la voce dello speaker urla: "...tre, due, uno!" È allora che la magia mi travolge. Letteralmente. Prima i Top Runner, che corrono come il vento. Conservo un fotogramma come una reliquia, impresso a fuoco nella retina: gli occhi di Lisa Borzani sono petali d'acciaio. Schegge di fulmine. Un attimo dopo il via, è una faccenda di gambe, ritmo, e determinazione da dosare. Ma quello sguardo, Gesù... quello sguardo m'è rimasto addosso. Racconta in un battito di ciglia una storia di sudore e dedizione. Sono quasi in novecento a transitare a cinque centimetri dal mio naso. Per quanto cerchi di appiattirmi sempre di più contro la transenna arancione, non riesco a smettere di sorridere. Davvero non ce la faccio. Dopo che anche le scope son transitate, io e il mio amico Daniele, che mi accompagna per un paio di giorni, ci spostiamo con Franco Faggiani a La Thuile. È tempo di sgambare, di assaporare un pezzetto di TOR sul palato. Sono attrezzato, ho persino i bastoncini: inizia la salita verso il rifugio Deffeyes e i polmoni s'allargano. Quel senso di felicità che conosco così bene s'insinua sotto pelle un passo alla volta. La fatica è un usuraio generoso: ti riempie il cuore d'oro puro e in cambio domanda solo una schiena bagnata, un paio di polpacci intirizziti. Mal che vada, una vescica, se hai sbagliato i calzini. Daniele si ferma prima dell'ultimo strappo, 180 battiti al minuto sono un crinale scivoloso: a ponente le farfalle e a levante il farsi male. Meglio non rischiare. Io e Franco spingiamo un altro po' sulle punte e guadagnamo la nostra meta. Ma, a quanto pare, non siamo abbastanza veloci. Siamo venuti in auto e scarpiniamo da ore di buon passo, ma il primo degli eroi del TOR ci passa sorridendo. Il suo pettorale che brilla al sole dei 2500 m è uno schiaffo all'orgoglio e una carezza al nostro cuore di tifosi. Di fronte a un panorama incantato mangio una fetta di deliziosa crostata ai mirtilli e mi cambio la maglietta. Nel frattempo al quindici velocissimi ci raggiungono e in rifugio l'aria di festa è strepitosa. Mentre scendiamo per ricompattarci con Daniele, salutiamo tutti gli atleti che incrociamo, li chiamiamo per nome e ogni sorriso che ci regalano è una medaglia. Ce n'è uno, però, che cerco da quando son salito. Appartiene a una ragazza valdostana che ho incrociato alla consegna dei pettorali: si chiama Silvana Favre, ha ventitré anni, grinta da vendere e un taglio di capelli fichissimo. Sulla nuca una prova di coraggio e un auspicio stellare: le cinque cime, simbolo del Tor Des Géant. Sto scendendo dal Deffeyes e penso che son stato proprio un asino a perdermi in scemenze, a scattare tutte quelle foto alle pecore e al laghetto mentre gli atleti continuavano ad arrivare. Sicuro me la sono persa. E invece, dietro una curva cieca, eccola che spunta: fronte imperlata di sudore e una luce addosso che ti mette voglia di correre per un centinaio di chilometri, senza neppure prendere fiato. "Ciao" le dico. "Ti ho cercata, sai? Spacca tutto! Bonne courage". Il sorriso atomico che mi restituisce è la mappa del tesoro. Il senso di quest'avventura meravigliosa.

Buon coraggio a tutte voi e a tutti voi, eroi sconfinati. A voi che, mentre scrivo queste righe a notte fonda - al calduccio d'un appartamentino a Valgrisenche, ancora stordito d'endorfine - correte nella notte al gelo d'una frontale.

Onore a voi, giganti dal cuore infinito. Che il dio delle corse vi vegli e vi benedica.