Tor des Geants® - Tor des Glaciers - TOR130 - TOR30

Endurance Trail 450, 330, 130 e 30km 10-219 Settembre 2021

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DAY 1 – IMPRESSIONI DELLO SCRITTORE 2019

Ven, 06/09/2019 - 00:00 -- motta.erica

IMPRESSIONI DELLO SCRITTORE 2019 | SARASSO AL TOR 2019
DAY 1  - VENERDÌ 06 SETTEMBRE 2019


“Plimpy, sei pronto?”. La vocina è quella di mio figlio Alberto.
Risuona d’argento e profuma di crema solare.
Mi chiama col nome che s’è inventato tutto da solo. Lo facevo anche io alla sua età. Mio nonno Massimo era Pum Pum. Per via del fucile, credo. Al nonno piaceva andare a caccia.
“Quasi, amore mio”, gli rispondo. “Devo controllare un’altra volta d’aver preso tutto. Mi dimentico sempre qualcosa”.
“Beh, non dimenticarti il coraggio, mi raccomando. E di sorridere. E i bacini per me, ok?”, fa lui.
E io ho già gli occhi lucidi ancora prima di aver chiuso la valigia.
Succede ogni anno, da tre anni a questa parte.
Succede quando finalmente settembre arriva, ed è tempo di tornare a casa.
Quest’anno parto prima, perché quest’anno è speciale.
Quest’anno il viaggio comincia con due giorni d’anticipo. E non vedo l’ora.
Il TOR compie due lustri. Appena tredici mesi in più del mio Alberto.
Mi sarebbe piaciuto esserci dall’inizio, ma dieci anni fa non sapevo niente di corsa. E di certo non avevo fatto pace con la montagna. Dieci anni fa, quando tutto aveva inizio, la mia vita era, semplicemente, un’altra vita.
Settembre odorava d’oceano, e lingue che imparavo a capire sul serio, per la prima volta.
A settembre tiravo i remi in barca e ammonticchiavo libri da sfogliare, per ripartire alla ricerca del mondo.
Avevo nel cuore Marsiglia, e l’Irlanda del Nord. In bocca il sale, e fiumi di birra scura.
Sognavo l’America, e di lì a poco quel sogno si sarebbe fatto carne. E pagine.
Ellis Island dal traghetto col vento in faccia. E Lady Liberty, da guardare con gli stessi occhi del mio bisnonno, salpato giusto un secolo prima.
Cercavo il mondo, dieci anni fa.
E lo cerco ancora.
Ecco perché sono tornato a casa.
Alberto mi dà l’ultimo bacio, ed è tempo di mettersi in macchina.
La strada dalla mia pianura alla Valle è sempre la stessa. E dire che da bambino la odiavo.
Ora, invece, so quello che provavano mamma e papà ogni volta che risalivamo oltre i millesei, tornante dopo tornante.
Ora comprendo quei respiri spalancati, in balcone, nelle notti arrabbiate di stelle.
Capisco la fame d’arrivare, di calpestare l’erba e dare qualche sasso egoista in pasto alle suole. Sentirsi liberi, una volta tanto.
Se ho fatto pace con la montagna, il merito è tutto del TOR.
E della famiglia che l’ha immaginato, coccolato, portato in grembo e cresciuto con lo stesso amore con cui io tiro su il mio ragazzo.
Alessandra ed Erica mi hanno chiamato al telefono, qualche giorno fa.
Si parlava di quello che avrei raccontato, quest’anno, su e giù per i sentieri. E di come l’avrei fatto.
“Sarasso, la prima volta che sei arrivato qui sembravi un bimbo in una pasticceria. Ti ricordi? Te lo ricordi quello stupore?”
Me lo ricordo eccome: la magia del TOR m’ha travolto dal primo istante. Gli sguardi estatici di fronte agli eroi in bastoncini e scarpe da trail, i sorrisi della gente aggrappata alle transenne, i colori degli schermi del Jardin de l’Ange, la musica che travolge ogni cosa. E poi, il silenzio dei passi in salita.
Il respiro furibondo di chi non è disposto a mollare. Le lacrime e il perdere se stessi: addormentati e benedetti di fango e polvere, al tavolaccio d’un rifugio, aperto fuori stagione. E le discese all’alba, i desideri che prendono vita, bandierina gialla dopo bandierina gialla. L’ultimo colle, che esplode di meraviglia.
E quella corsa tra campane e costumi che raccontano un’epoca pura.
Le lastre d’ardesia, tra urla di gioia.
Un sorriso e un abbraccio. E la vita che non è più la stessa.
“Mi ricordo, ragazze. Ogni singolo istante…” rispondo alle amiche dall’altra parte del filo.
“Sai qual è il problema?” mi scuotono loro.
Non lo so.
“È che non sei più vergine”.
Torto non ce l’hanno.
Ogni anno il TOR è una magia diversa. Mai identica a se stessa.
E ogni anno m’innamoro d’un colle sconosciuto, d’un riflesso accecante, d’un tramonto che leva il fiato e, soprattutto, delle storie di chi il TOR lo rende possibile. Atleti, certo. Ma anche volontari, assistenti, negozianti, gente comune.
Il TOR, la festa che unisce.
Il TOR che è di tutti e t’incendia il cuore, lo gonfia e lo strazia finché non esplode, se c’inciampi per la prima volta. E non immaginavi.
Davvero non immaginavi…
Tuttavia, di prima volta ce n’è una sola.
Quello stupore, forse, è andato. Appartiene a quell’incosciente che s’imbarcò in un’avventura sconosciuta tre anni fa, senza sapere esattamente dove sarebbe finito, dove avrebbe mangiato e dormito, quanta fatica avrebbe fatto, quanto freddo avrebbe assaggiato e da quanto meraviglia sarebbe stato travolto.
Andato per sempre.
O forse no?
“Che storie racconterai, quest’anno? Con quali occhi dipingerai questa edizione speciale? Dieci anni… ci pensi?”
“Ancora non lo so”, mento. “Di solito, le idee migliori vengono lungo la strada, passo dopo passo…”
Le ragazze sorridono.
Perché lo sanno che è una bugia.
Ma hanno voglia, proprio come me, di lasciarsi sorprendere.
Perché un’idea ce l’ho eccome.
Ed è così inebriante che, a momenti, rovescio il caffè sul bancone dell’Autogrill.
“Che pasticcio, Plimpy!”, mi sembra di sentire la voce del mio topolino.
Però l’idea – diceva il poeta – è come il Natale: quando arriva arriva.
E se ne frega se non sei pronto, se non ci avevi pensato, se ti trovi – letteralmente – in mezzo a una strada.
E quindi ecco che mi fiondo al telefono a controllare un po’ di dati e, pagina dopo pagina, la visione prende forma. Ma è quando sbarco finalmente a Courmayeur che le conferme della mia folle intuizione sono dappertutto.
Pronte a prendermi per mano e portarmi in viaggio, colle dopo colle. Giorno dopo giorno, fino a domenica prossima.
Sorrisi timidi dentro i piumini sgargianti, occhi a mandorla e pelle di caramello. Oppure bianchissima, scottata dal sole.
E gli accenti rubati al Caffè delle Guide, tra uno spritz gelato e una cioccolata bollente: l’inglese di Cork e quello di Melbourne. Le consonanti triturate di Glasgow e l’accogliente “Perdoname…”, di Città del Messico.
Dieci anni fa mi chiudevo la porta di casa alle spalle per girare il mondo. In cerca d’altro ma, soprattutto, degli altri.
Oggi torno a casa ed il mondo è tutto qui.
Concorrenti da settantadue paesi hanno preso treni, aerei, navi e automobili per essere qui, oggi. Per fare parte di quella favola che il mondo conosce col nome di Tor des Géants®. E con loro le famiglie, gli amici, gli affetti.
Al TOR c’è tutto il pianeta. E non è un modo di dire. Tutti e cinque i continenti hanno almeno un loro rappresentante o una loro delegata, qui. E stiamo parlando solo della gara “regina”.
Atleti di ventitré nazionalità compongono il battaglione dei magnifici cento del Tor des Glaciers che questa sera alle venti partirà per un viaggio lungo 450 km. Solo a pensarci, il cuore accelera.
E non è tutto.
Cinquecento sognatori da diciotto paesi in partenza martedì prossimo da Gressoney per il Tot Dret.
Last but not least, altri cinquecento iscritti da ben ventitré Stati della Terra per il Passage au Malatrà, la “corta” di 30 km alla quale, tenendo fede a una promessa fatta ben tre anni fa, parteciperò – non senza un pizzico di sacrosanta strizza – anch’io.
Lo scrissi proprio in queste pagine che un giorno, forse, sarei tornato per indossare un pettorale, sulla linea di partenza. Feci lo sbruffone, perfettamente conscio di quanto distante dalla mia portata siano gare come il TOR o il Tot Dret (il Glaciers, quando vergai quelle righe da spaccone, non era neppure nella mente dell’organizzazione, fortunatamente). Ora, però, sento che è giunto il momento di provarci sul serio, a sentire sulla pelle il conto alla rovescia si avvicina allo zero. Il cuore batte nelle tempie, la musica che sale e sai che di lì a qualche minuto sarà tutta una faccenda di sudore, muscoli che bruciano, volontà e resilienza.
Non vedo l’ora di calzare le suole tassellate e stringere i denti.
Non vedo l’ora di alzare lo sguardo e sentire l’abbraccio e il fiato caldo del mondo intero, intorno a me.
Ecco come ho intenzione di vivere il sogno quest’anno: da oggi fino a venerdì mi troverete sui sentieri, come sempre. O nelle Basi Vita, in compagnia del mio fraterno amico Mien.
Intento a sbirciare, fotografare, annotare sul mio taccuino consumato sprazzi di vita, scorci di pianeta rotolati in Valle. E sabato, finalmente, mi arrampicherò anch’io lassù, fino al Malatrà, per ricevere ancora una volta quel battesimo intriso di meraviglia.
Che effetto fa svegliarsi a migliaia di chilometri dal tuo letto, magari sotto un cielo dove perfino le stelle non assomigliano a quelle che conosci e lasciarsi accogliere da montagne sconosciute, chilometro dopo chilometro?
Che sapore hanno il solito riso, o la solita quinoa, o magari perfino le banane, masticate a testa in giù, nell’altra metà del globo? Come suona la musica nelle orecchie, tra le brande accoglienti d’un palazzetto dello sport. E come suona il silenzio, a tremila e due? Il vento intorno e così tanta pace da fracassarti il cuore.
Ho atteso tutto l’anno che questa settimana arrivasse.
In una sorta di sognante catatonia distratta, troppo preso da sveglie, impegni col nome in burocratese, numeri, parole, libri da raccontare a chi non sa nemmeno che esistano.
Un anno fa conobbi un uomo, al rifugio Dondena, che mi disse che per lui, il TOR non era un problema. Né una fatica, o un mostro da temere, o perfino un sogno troppo grande.
Il vero problema, mi disse quell’uomo saggio scandendo bene le parole, era il resto dell’anno: gli altri trecentosessanta giorni senza TOR.
Quell’uomo si chiama Gilberto Iglesias Nuñez e ha trascorso buona parte della propria vita ad arroventarsi i polmoni in una miniera delle Asturie. Da quando è andato in pensione, ha deciso di vivere tra le montagne, là dove il mondo ricorda ancora come essere giusto, severo e gentile. Trascorre parte dell’anno in Valle d’Aosta, masticando ogni giorno un pezzo diverso del percorso del TOR. E la restante parte nel paese che l’ha visto nascere, non smettendo neppure per un minuto di pensare ai “suoi” monti. Alle nostre valli.
Domenica Gilberto lo troverete a Courmayeur, schierato sulla linea di partenza col pettorale 1928 addosso.
Pronto a rivivere l’avventura ancora una volta (è già due volte finisher: 2016 e 2017).
Da qualche parte, sparso tra la folla pronta a incitare i Giganti di tutto il mondo a squarciagola, ci saremo anch’io e il mio taccuino malridotto. Assetati di storie infinite.
Da ascoltare e raccontare, ancora una volta, con orecchie e occhi vergini.