Tor des Geants®

Endurance Trail 330 km - 24000m D+ 8-15 Settembre 2019

Tor des Geants®

11a Edizione

330 km - 24000m D+

11-20 Settembre 2020

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DAY 5 - IMPRESSIONI DELLO SCRITTORE

Mar, 10/09/2019 - 10:06 -- motta.erica

IMPRESSIONI DELLO SCRITTORE 2019 | SARASSO AL TOR 2019
DAY 5 – MARTEDI 10.09.19

“La Gruba Patrimonio dell’Unesco!” sono le prime parole che sento non appena varcata la soglia della veranda vetrata.

A pronunciarle è Christian, un volonTOR piemontese con un cuore grande così.

Non potrei essere più d’accordo.

Mien e io siamo appena sbarcati a Niel, dopo una giornata trascorsa per buona parte in macchina.

Per il trasferimento da Cogne alla valle di Gressoney, come si dice da queste parti, “ci va un momento”.

Ma i chilometri passano in fretta, perché oggi siamo in vena di selezioni musicali non convenzionali.

Il giochino lo inizio io, con un pezzo senza senso, specie se suonato a volume criminale alle otto del mattino, dopo appena quattro ore di sonno: Hyper hyper! di Scooter.

 

Is everybody on the floor?
We put some energy into this place


Con un intro del genere, non c’è altro da fare che ingollare un caffè e un cornetto e puntare dritti come frecce avvelenate verso la meta. Lungo l’infinita percorrenza in statale, però, la console passa nelle mani del mio Barba DJ, e la selection si fa aggressiva.

Passiamo dai Motörhead alla versione di Joe Strummer di Redemption song, da Green Fields of France dei Dropkick (che mi commuove brutalmente ogni volta che l’ascolto) a Whisky in a jar (prima alla maniera di Thin Lizzy, poi in salsa Metallica), per finire con pericolose combo tra l’imbarazzante versione di Bang Bang di Ivan Cattaneo e My baby is gone dei Pogues (che ascolterei fino a consumarmi le orecchie).

Approdiamo a Donnas appena in tempo per accogliere a braccia aperte, Lillo, reduce da una signora sgambata sotto la neve e l’acqua. Non ci vediamo dalla partenza, e sono a dir poco ammirato: più di centocinquanta chilometri nelle gambe e sembra appena uscito da casa per una corsetta al parco.

In Base Vita lo raggiungono i compagni di squadra, accorsi in massa dalla Capitale del Riso per fare il tifo per lui e Benny, ancora per strada. Novara Che Corre si stringe attorno ai suoi Giganti e, francamente, non potrei essere più orgoglioso di far parte di questa banda di meravigliosi sognatori.

Inizia a piovere duro, e Lillo non sa se ripartire subito o dormire un paio d’ore.

Pioggia o non pioggia, Mien e io avvertiamo poderoso il richiamo della strada, per cui salutiamo tutti e schizziamo in direzione Gressoney. Un breve volo d’angelo a Perloz, e finalmente si plana sulla valle che m’ha visto crescere. Tornare a casa è sempre bello. E maledettamente doloroso.

Con questi boschi e questi sassi ho litigato e fatto pace.

Su queste strade ho seminato il vento della mia adolescenza, raccogliendo tempeste di sogni infranti.

Tornare è magnifico e triste insieme.

Non appena posiamo le valigie nel cottage che ci farà da rifugio per la notte, decido di rendere omaggio al mio passato turbolento battezzando un sentiero che conosco a memoria con qualche passo di corsa.

Dal campeggio appena fuori dal paese all’attacco di Alpenzu e poi indietro, in Base Vita e di nuovo al punto di partenza.

Sudato e felice.

Come piace a me.

Doccia di prammatica, e alle nove siamo esattamente dove dobbiamo essere: in piazza a Saint-Jean per la partenza del TOTDRET. Lo spettacolo di frontali e bastoncini è da levare il fiato.

Ogni anno la gara cresce (per numero di partenti, livello tecnico e prestigio), e tutti (atleti e pubblico) sono sempre più innamorati di questa 130 speed up.

Difficile non condividere la passione: li guardiamo andar via con occhi estasiati, e poi festeggiamo consumando una tonnellata di salumi, deliziosa carne arrosto e patate squisite.

Dopo cena, ça va sans dire, è il momento del dessert: finalmente saliamo a Niel.

Niel è un luogo magico. Decisamente uno dei miei preferiti di tutto il TOR.

Magico il fuoco che ti attende dopo una manciata di gradini in salita, a scaldare una notte più dolce del solito.

Magiche le delizie che Alberto e il resto della squadra offrono ai concorrenti (e non solo): polenta sempre calda, ragù da perdere i sensi, affettati freschissimi. Il caffè perfetto per cui gli asiatici vanno pazzi, la birra spillata senza sosta, le risate degli amici.

Magici gli incontri.

A Niel, due anni fa, parlai per la prima volta con Silvana. E finii, di lì a poco, a perdermi sulle Alte Vie cercando di starle appresso mentre portava a termine la realizzazione d’un sogno.

A Niel, questa notte, capito al tavolo di Guendalina, e la osservo splendere e mordere il freno per rimettersi in viaggio. Non sembra nemmeno tanto stanca. E dire che, dall’inizio dell’avventura, ha dormito appena un’ora e mezza, al Dondena.

Guendalina Sibona è un’atleta di razza. Già finisher del TOR 2018 (in poco più di 114 ore, undicesima donna al traguardo) e del TOTDRET 2017 (terza donna, ventitreesima assoluta), sta disputando una gara di grande regolarità.

Che è un modo sfuggente per dire che va forte. Cavolo se va forte, Guendalina.

Eppure non c’è fretta nei suoi occhi grandi: solo un’infinita voglia di rimettersi in cammino.

Guendalina col viaggio ha un rapporto speciale. Forse è per questo che riparte dopo aver trascorso solo una mezz’ora nel paradiso di Niel.

Guendalina ha calpestato strade lontane, lontanissime.

Ha guardato il mondo spalancando il cuore, oltre ai suoi occhi infiniti e colmi di meraviglia.

Guendalina è una galassia in fiamme, un infinito cosmo in espansione.

Di mestiere osserva il mondo attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Ma le persone ha imparato a conoscerle e ascoltarle molto prima di iniziare a scattare: ha una laurea in scienze e tecniche psicologiche.

Guendalina ha calcato il fango della jungla. Ha spalancato le orecchie per ascoltare le scimmie che urlano, e mischiano il loro canto primordiale con quello dei pescatori di Bahia. Ha assaporato albe silenziose sulla riva di Paraty, lasciando che l’argilla le impastasse le dita. Si è lasciata prendere a calci dalle luci della Grande Mela e ha saputo annusarne gli angoli più incredibili, senza smettere di danzare in controtempo, sulle note d’un jazz furibondo.

Guendalina ha viaggiato nelle claustrofobiche cuccette a tre piani dei treni vietnamiti dal Delta del Mekong risalendo il Paese fino a Sapa, nel nord decorato da montagne roventi.

Il frutto di queste esperienze è stato spremuto tra le pagine di quattro libri, pubblicati tra il 2008 e il 2013 (Dagli artigli alle zanne, A piedi nudi nel fango, Appunti da New York. Su e giù al ritmo della Grande Mela e Pensieri sotto il cappello – Risalendo il Vietnam in treno)

Dottoressa.

Trailer di razza.

Scrittrice.

La sua è decisamente una storia che merita tempo, spazio e parole in fila. E, a dirla tutta, muoio dalla voglia di raccontarla. Desidero ascoltarla, con il solito taccuino sgualcito e la mia penna di cent’anni fa a portata di mano.

Ma Guendalina sta volando, e disturbarla sarebbe irrispettoso. Eppure, è così difficile sfuggire al fascino d’una narrazione irresistibile…

Ergo, adorati lettori, non garantisco un seguito, ma prometto che proverò a tenere il passo, e a scambiare qualche chiacchiera lungo il cammino.

Ma c’è da scommettere che non sarà facile. Perché Guendalina fila come un treno.

E non ha nessuna intenzione di rallentare.