Tor des Geants®

Endurance Trail 330 km - 24000m D+11-18 Settembre 2016
Guido Caldara

Guido Caldara

Lun, 13/06/2016 - 15:58 -- Chiara Jaccod

Una compagna inevitabile.

Chi partecipa al Tor des Geants, e in genere a tutte le gare di trail su lunga distanza, prima o poi trova su suo cammino una compagna di viaggio inevitabile: la crisi. Da dove viene, come si identifica, come farsela amica? Ce lo racconta in grande stile Guido Caldara, giovane runner di Missaglia, studi di filosofia, tanti chilometri sui sentieri di montagna e tanto cuore.

Crisi. Nessuna parola è in grado di avvicinare gli ultracorridori più di questa. Indefinibile e allo stesso tempo temuta da tutti, anello di congiunzione tra il primo e l’ultimo classificato, tra il campione e l’amatore, tra chi corre per vincere e chi lo fa per arrivare alla fine. Complicata da descrivere e fin troppo semplice da riconoscere, la crisi non fa sconti né distinzioni, è l’equalizzatore sociale delle lunghe distanze. Impossibile da localizzare, da non confondere con semplici dolori, crampi o fastidi. La crisi non è il ginocchio, non è il tendine e non sono nemmeno la fame e la sete. Ci attanaglia dalla testa ai piedi, ci rende pesanti, lenti, ci svuota, mentre ogni passo ha il peso di una conquista. Le distanze si dilatano, salite e discese diventano infinite mentre il tempo dentro di noi sembra fermarsi. Eppure ci serve, quasi ne abbiamo bisogno. La crisi è il miglior mezzo che abbiamo per alzare l’asticella della nostra idea di limite a prescindere che si stia tra i primi o tra gli ultimi. 

La crisi è necessaria. 

Pensare di correre per ore o addirittura per giorni è ragionevolmente difficile e la ragione stessa ogni tanto sembra volercelo ricordare. Eccolo il limite, quello di ognuno di noi, quel “basta”, oltre a cui non posso andare e che sembra piombarci addosso come un macigno. Se fossimo pura razionalità a quel punto dovremmo fermarci, ma non succede. 

Il Tor è follia, il Tor è amore, il Tor non è per ragionieri, il Tor è per artisti. Perché la ragione è insensibile al silenzio della notte. La ragione non sa nulla del profumo del bosco né del rumore della pioggia. Il calore di un rifugio, il cinque battuto da un bimbo che fa il tifo, il sole che sorge lento dai colli ancora innevati. La ragione non sa se ne vale la pena, questa è materia del cuore. Il cuore assorbe ogni istante della corsa e in un eterno conflitto con la ragione ci dà lo slancio per superarla, per andare avanti. 

La crisi in fondo è questo, è lotta eterna tra cuore e ragione, tra il “non è possibile”, il “lo voglio” e “lo posso fare”. E allora anche quando sembra impossibile continuiamo a muoverci per le montagne, a spostarci nella natura, a viaggiare per il mondo. Coprire in ore distanze che si coprirebbero in minuti, diventare tutt’uno con il tempo che avanza ascoltando il cuore fare a botte con la ragione, senza poter fare altro che continuare. Perché il cuore alla fine la spunta sempre, bisogna solo avere pazienza. Non è facile: il limite tra il rinunciare e il proseguire è sottile, siamo in bilico ma dobbiamo guardarci dentro, perché è lì che sta la nostra benzina. Niente orologi o cronometri: il tempo del Tor è il tempo del cuore, il tempo di saperlo aspettare, di lasciarlo combattere e di dargli fiducia, perché senza di lui non si va avanti. Mi piace credere che la crisi sia il dazio che la montagna ci chiede per averla sfidata in modo sfacciato, per aver avuto la presunzione di volerla attraversare in lungo e in largo con lo spirito di chi va di fretta, con la voglia di farlo nel minor tempo possibile. Prova d’amore estrema, superare la crisi è l’unico modo per ottenere il lasciapassare per portare a termine il viaggio, una pacca sulla spalla data dalla montagna che sembra dirci “vai, te lo sei meritato”. 

Ho appena passato Alpenzù. La luce della frontale illumina il sentiero mentre il vento e qualche fiocco di neve mi accompagnano verso il Pinter. Il cuore ormai provato dall’ennesima lotta riprende le forze, succhiando con avidità tutto quello che mi circonda. Fa freddo, sono solo, ma sento che la montagna mi accoglie. Non voglio fare altro che andare avanti. E non mi sono mai sentito così vivo.  (G.C.)