Tor des Geants®

Endurance Trail 330 km - 24000m D+10-17 Settembre 2017

"Impressioni dello scrittore" by Simone Sarasso - Tor #Day5: Son di nuovo le due

Ven, 15/09/2017 - 09:14 -- Chiara Jaccod

Al TOR non si dorme mai: se ti guardi intorno, ovunque tu sia, ci sono occhi gonfi e carichi di speranza, frontali accese, pasti caldi e cuori grandi.
L'intera valle veglia, non smette di sognare neppure per un istante.
Stamattina io e Mien ci svegliamo a Gressoney: colazione portentosa e via, verso Valtournenche. Un occhio ai tempi di Silvana e uno alla strada, arriviamo in Base Vita e parcheggiamo.
All'interno, la vita freme: piedi fasciati, acqua che bolle, pasta al sugo, lacrime, prugne snocciolate, qualche sorriso timido e gentile. Circolano storie che sanno di leggenda: sento raccontare di un'atleta che ha la broncopolmonite ma è ripartita appena il dottore le ha detto di non muoversi, di aspettarlo.
Lei - chiunque lei sia - è scappata tossendo. E ha macinato altri cento chilometri.
"La 1001 è arrivata?" chiedo al check in. Le volontarie scuotono il capo: vado un pelino in sbattimento, c'è poco da fare.
Silvana Favre, l'atleta più giovane del Tor Des Géants, è ancora per strada anche se dovrebbe già essere da queste parti.
E allora Mien e io decidiamo di andarle incontro.
Saliamo verso Cheney e il panorama leva il fiato: bruma e aghi di pino, pigne rosicchiate dagli scoiattoli, pietre antiche e legno zuppo.
Incontriamo parecchi corridori che hanno smesso di correre da un pezzo.
"Quanto manca alla Base Vita?" domandano bramosi di riposo, di calduccio, di penne rigate.
A tutti rispondiamo con accuratezza. E non ci dimentichiamo di allegare un sorriso.
Quando finalmente, dopo un'ora e mezza di cammino, vediamo spuntare Silvana da una curva, le facciamo festa grande.
Lei scende, noi saliamo.
Girare con Mien è una figata fotonica: mi racconta la storia di questi luoghi millenari; di come il clima, nei secoli, abbia costretto l'uomo a modellare il territorio, a spostare fino all'ultimo sasso dai prati per costruire la propria casa.
Camminiamo sotto la pioggia: ogni goccia è una benedizione. La fatica purifica e le lacrime dal cielo sono la nostra legione d'onore.
Tornati in base vita conosco Elisa. È sulla porta ad attendermi con un sorriso che assomiglia a un abbraccio: Elisa è una collega e grande amica di Silvana ed è venuta a prendersi cura di lei per qualche ora: ha puntato la sveglia alle 17.45 e, non appena si mette a suonare, va a strappare la ragazza prodigio dalle braccia di Morfeo.
Prima, però, mi parla per qualche minuto della signorina Favre: "È magica" mi dice. "Riservata e timida, ma determinata da morire. Il Tor è il suo sogno, lo prepara da un anno".
Silvana ci raggiunge per mangiare qualcosa: patate, yogurt, una fetta di pane. È stanca, ma tiene botta alla grande. Elisa, premurosa e dolcissima, le riempie le borracce e la stringe prima di vederla partire. Un altro arrivederci, un'altra notte davanti. "Domani a Oyace" ci promettiamo.
Poi Mien mi porta a rimirare Sua Altezza Reale il Cervino. Oggi ha nevicato e il vento spazza il bianco in quota.
Foto da paura e altri chilometri.
Arriviamo a Oyace che è ora di cena: polenta concia e stufato d'ordinanza, dolce al cioccolato e una pallina di gelato.
Tiriamo tardi in Base Vita ma poi i sentieri ci chiamano e non sappiamo resistere: frontali in testa saliamo alla Torre: respiriamo la notte, inquadriamo le bandierine lungo il percorso e i catarifrangenti ci abbagliano e ci rassicurano.
Parliamo di rock'n'roll e di sogni. Finché è così tardi che le palpebre urlano vendetta.
Salgo in camera e scrivo, ripensando ai nostri passo nella notte.
Mi chiedo dove sia Silvana: non guardo il gps, la immagino e basta. Sicura e sognante, stanca e leggera.
Il viaggio continua.
Courmayuer è lontanissima ed è sempre più vicina.

credit: @marco.sartori Studio14